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San Bartolo Longo e l’arciprete Giuseppe De Bonis: un’amicizia al servizio di Pompei

1 giorno fa
Tempo di lettura: 9 min

Ci sono incontri che appartengono alla cronaca di una vita e altri che, con il passare degli anni, acquistano il significato di una provvidenziale convergenza di destini. L’incontro tra Bartolo Longo e Giuseppe De Bonis sembra appartenere a questa seconda categoria. Due uomini diversi per origine e per storia personale, ma accomunati da una profonda passione religiosa e dalla convinzione che la fede potesse tradursi in un’opera concreta a favore delle anime e dei più bisognosi. Il loro rapporto, nato nella seconda metà dell’Ottocento, si trasformò progressivamente in una collaborazione intensa: amicizia personale, corrispondenza, attività editoriale, condivisione dell’apostolato mariano e, soprattutto, una comune partecipazione alla grande esperienza spirituale e sociale che Bartolo Longo stava costruendo a Pompei.


La documentazione oggi disponibile consente di ricostruire questa relazione con una certa precisione. E, soprattutto, permette di comprendere quanto Giuseppe De Bonis fosse stimato da Longo, al punto che quest’ultimo arrivò a desiderarne la presenza stabile a Pompei e a riconoscere in lui qualità che lo rendevano particolarmente adatto a condividere e, secondo la ricostruzione di alcune fonti, a proseguire nel tempo la sua opera.


L’incontro del 1885

Il momento decisivo è il 1885. È in quell’anno che Bartolo Longo e Giuseppe De Bonis si incontrano. De Bonis, nato nel 1859, era un giovane sacerdote destinato poco dopo, nel 1886, a diventare parroco di San Martino a Vallecorsa.

La ricostruzione di Francesco Carcione, che utilizza anche la documentazione e la bibliografia relativa alla storia religiosa di Vallecorsa, colloca proprio nel 1885 l'inizio della relazione tra i due. La stima di Longo per il giovane sacerdote sarebbe stata immediata e destinata a crescere rapidamente.

La vicenda è documentata e approfondita anche nei miei studi, in particolare nel mio volume Un Santuario Cajetano, dedicato alla storia della Cappella di Maria Santissima della Sanità di Vallecorsa e, più in generale, alla storia religiosa del nostro territorio. Ho dedicato particolare attenzione alla figura di De Bonis e ai suoi rapporti con l'ambiente ecclesiastico e con Bartolo Longo.

L'incontro non rimase un episodio isolato. Longo cominciò a pensare alla possibilità di avere De Bonis accanto a sé nell'opera di Pompei e cercò di favorirne il trasferimento. È questo uno dei primi elementi che permette di misurare la profondità della stima di Longo: non si limitò a chiedere la collaborazione di De Bonis, ma desiderò averlo stabilmente al proprio fianco.


Il desiderio di portare De Bonis a Pompei

Dopo aver conosciuto De Bonis, Longo si adoperò affinché il sacerdote potesse trasferirsi a Pompei. La questione coinvolse anche il vescovo di Gaeta, dal momento che De Bonis era profondamente inserito nella realtà ecclesiastica di Vallecorsa. La richiesta, tuttavia, non ebbe l'esito sperato e De Bonis rimase a Vallecorsa.

Questo mancato trasferimento, paradossalmente, rende ancora più evidente la natura del rapporto. Se la presenza fisica non fu possibile, Longo cercò altre strade per mantenere il sacerdote dentro la propria rete di collaborazione.

Nelle mie ricerche ho ritenuto fondamentale collocare la vicenda di De Bonis all'interno della storia ecclesiastica di Vallecorsa e della diocesi di Gaeta, per evitare di considerare il rapporto con Longo come un episodio decontestualizzato dalla sua attività sacerdotale. La distanza tra Vallecorsa e Pompei non spezzò il legame; al contrario, diede origine a una forma di collaborazione fondata sulla stampa, sulla corrispondenza e sugli incontri personali.


Da conoscenza ad amicizia

Il rapporto tra Longo e De Bonis assunse presto un carattere strettamente personale. La testimonianza più importante viene dallo stesso Bartolo Longo. Nella sua Storia del Santuario di Pompei, parlando degli uomini che parteciparono alle prime vicende dell'opera pompeiana, Longo presenta De Bonis con parole estremamente significative, definendolo:

«Un nostro pregevole amico, Professor Giuseppe de Bonis, Arciprete di Vallecorsa».

È una frase di straordinario valore documentario. Non siamo di fronte a una definizione proveniente da uno storico posteriore, ma alla voce diretta di Longo, che inserisce De Bonis nel racconto della nascita della propria opera e lo presenta come «nostro pregevole amico». L'espressione testimonia contemporaneamente affetto personale, stima e appartenenza a una comune esperienza apostolica.

La relazione non fu dunque soltanto quella tra il fondatore di Pompei e un sacerdote che prestava occasionalmente la propria collaborazione. Fu un'amicizia che si alimentò nel tempo attraverso lettere, incontri e una crescente comunanza di intenti. La ricostruzione di Carcione parla infatti di una ricca e ininterrotta corrispondenza epistolare tra i due.


Anche gli incontri personali testimoniano questa vicinanza. Tra gli episodi ricordati vi sono quelli alla stazione di Ceprano, dove De Bonis incontrava o accompagnava Longo durante i suoi viaggi verso Roma. Sono particolari semplici, ma preziosi, che restituiscono alla relazione una dimensione umana e quotidiana: dietro le grandi opere, i libri e le celebrazioni c'erano due sacerdoti che si incontravano, si scrivevano e condividevano preoccupazioni e speranze.


La collaborazione a «Il Rosario e la Nuova Pompei»

L'amicizia si trasformò rapidamente in collaborazione operativa. De Bonis entrò nella rete degli autori e collaboratori del periodico fondato da Longo, Il Rosario e la Nuova Pompei.

La sua partecipazione non fu episodica. Le fonti ricordano una significativa produzione di articoli, attraverso i quali De Bonis contribuì alla diffusione della devozione mariana e alla conoscenza dell'opera che stava sorgendo a Pompei. Questo elemento è fondamentale per comprendere la natura del loro rapporto: De Bonis non era soltanto un amico che guardava con simpatia all'impresa di Longo, ma partecipava attivamente alla sua diffusione attraverso la parola scritta.

La stampa rappresentava, per Longo, uno degli strumenti fondamentali dell'apostolato. Attraverso giornali, libri e opuscoli, la vicenda di Pompei poteva raggiungere luoghi lontani e creare una comunità spirituale molto più vasta di quella fisicamente raccolta attorno al Santuario. De Bonis divenne parte integrante di questa rete e così, pur restando a Vallecorsa, la sua voce arrivava a Pompei e da Pompei ripartiva verso un pubblico più ampio.


«Spine e Rose pompeiane»

La collaborazione raggiunse una forma particolarmente significativa nel 1887, quando Giuseppe De Bonis pubblicò Spine e Rose pompeiane.

Il titolo è già una sintesi dell'esperienza di quegli anni:

Le spine richiamano le difficoltà, le opposizioni, le incomprensioni e le sofferenze che avevano accompagnato la nascita dell'opera pompeiana.

Le rose richiamano invece le consolazioni, i risultati e i frutti spirituali che cominciavano a maturare.


De Bonis raccontò le vicende di Pompei in una forma che Longo stesso, qualche anno più tardi, avrebbe ricordato come scritta «a modo di romanzo». Il volume venne pubblicato a Valle di Pompei dalla Scuola Tipografica Editrice Bartolo Longo.


Il dato è particolarmente significativo: il libro di De Bonis non fu semplicemente un'opera dedicata a Pompei, ma fu pubblicato attraverso la struttura editoriale creata da Longo, inserendosi concretamente nell'attività culturale del nuovo Santuario. È una delle testimonianze più chiare della fiducia che Longo riponeva nella capacità di De Bonis di raccontare e diffondere la storia della sua opera.


La memoria di De Bonis nella «Storia del Santuario»

Alcuni anni più tardi, Longo avrebbe ricordato esplicitamente De Bonis nella propria Storia del Santuario di Pompei. Nel primo volume, nel capitolo VII, intitolato «Le prime punture», Longo torna sulle difficoltà dei primi anni e presenta De Bonis come:

«Un nostro pregevole amico, Professor Giuseppe de Bonis, Arciprete di Vallecorsa»

ricordando il suo libro Spine e Rose pompeiane come narrazione delle prime vicende dell'opera di Pompei.


La testimonianza è preziosa su due livelli:


Personale: Longo ribadisce pubblicamente la propria stima per De Bonis.


Storico: Longo riconosce a De Bonis un ruolo attivo nella costruzione della memoria delle origini del Santuario.


De Bonis non era quindi soltanto un collaboratore contemporaneo agli avvenimenti, ma anche uno dei primi narratori dell'esperienza pompeiana. Il fatto che Longo stesso abbia conservato e valorizzato quella testimonianza nella sua Storia del Santuario conferisce al loro rapporto un ulteriore significato.


L'Incoronazione della Madonna di Pompei

Sempre nel 1887, De Bonis partecipò alla grande celebrazione dell'Incoronazione della Madonna del Rosario di Pompei, inviando per l'occasione un proprio inno.


In un momento decisivo nella storia del Santuario, la partecipazione di De Bonis non avvenne soltanto attraverso la prosa e gli articoli, ma anche attraverso una forma poetica e liturgico-devozionale capace di inserirsi nella celebrazione pubblica della nuova devozione. Ancora una volta, la sua voce entrava nella vita di Pompei.


Questo particolare acquista un significato ancora più profondo se consideriamo l'altra grande esperienza mariana alla quale De Bonis era legato: quella della Madonna della Sanità di Vallecorsa.


Vallecorsa, la Madonna della Sanità e Pompei

È precisamente in questo snodo che si inseriscono i miei studi pubblicati in Un Santuario Cajetano. Il mio intento non è stato soltanto quello di ricostruire la storia del Santuario di Vallecorsa, ma anche di offrire uno strumento per comprendere la figura di Giuseppe De Bonis all'interno del suo ambiente storico ed ecclesiale.


De Bonis fu una figura centrale nella diffusione della devozione alla Madonna della Sanità a Vallecorsa. Longo, contemporaneamente, stava dando vita a Pompei al grande centro della devozione alla Madonna del Rosario. Le due esperienze, pur distinte, appartenevano a una medesima stagione di espansione della devozione mariana. In entrambi i casi, la devozione non rimaneva confinata alla sfera privata, ma si traduceva in:

Predicazione e formazione;

Attività editoriale e stampa;

Educazione religiosa;

Diffusione di immagini e testi;

Assistenza e costruzione di opere sociali;

Edificazione di una solida comunità di fedeli.


È su questo terreno comune che Longo e De Bonis si riconobbero. Pompei e Vallecorsa divennero così due luoghi diversi ma collegati da una stessa sensibilità apostolica, e il rapporto personale tra i due sacerdoti contribuì a creare un ponte ideale fra queste esperienze.


Un'amicizia che attraversava le distanze

La distanza geografica avrebbe potuto rendere episodico il rapporto. Accadde il contrario. De Bonis rimase a Vallecorsa e Longo continuò la sua imponente opera a Pompei, eppure i due continuarono a incontrarsi e a scriversi.


Le lettere costituirono uno degli strumenti fondamentali di questa vicinanza. Gli incontri alla stazione di Ceprano assumono proprio per questo un valore quasi simbolico: Ceprano diventava un luogo di passaggio ma anche di incontro, un punto nel quale le strade di due uomini impegnati in opere diverse tornavano a incrociarsi. Al di là dell'aspetto umano di quei momenti di conversazione durante i viaggi, resta il dato documentario di una relazione mantenuta salda nel tempo attraverso una fitta rete di rapporti epistolari.


De Bonis come possibile continuatore dell'opera di Longo

È questo il punto più delicato e significativo dell'intera vicenda. Le fonti che hanno studiato il rapporto tra i due riferiscono che, con il passare degli anni, Longo arrivò a vedere in De Bonis una figura capace di proseguire la sua opera.


Occorre essere rigorosi: non dobbiamo trasformare questa stima in una nomina formale di successore senza un documento esplicito che lo attesti. È però ampiamente documentato il desiderio di Longo di portare De Bonis a Pompei, così come sono documentate la sua collaborazione, la fiducia che gli accordò e la continuità della loro relazione.


La ricostruzione storiografica — in particolare quella di Carcione e la bibliografia da lui utilizzata — interpreta questo insieme di elementi come segno della crescente considerazione di Longo per l'arciprete di Vallecorsa. In questa prospettiva, l'idea di una possibile continuità dell'opera appare come il punto più alto di una stima maturata lentamente. Longo non cercava semplicemente dei collaboratori, ma uomini che comprendessero appieno la natura della sua missione; e De Bonis apparteneva pienamente a questa categoria.


Attraverso la ricostruzione della storia del Santuario della Sanità e della figura di De Bonis nel contesto ecclesiale di Vallecorsa e della diocesi di Gaeta, ho cercato di evidenziare la solidità del terreno sul quale maturò questa relazione, mentre gli studi di Carcione permettono di seguirne da vicino i passaggi fondamentali. Le parole stesse di Longo offrono infine la testimonianza più autentica.


Forse non è casuale che Spine e Rose pompeiane sia il titolo scelto da De Bonis: quelle parole possono essere lette come una metafora della storia della sua amicizia con Longo.

Le spine furono le distanze, gli ostacoli, il mancato trasferimento a Pompei, le difficoltà ecclesiastiche e le prove che accompagnarono lo sviluppo dell'opera.

Le rose furono l'amicizia, la fiducia, la corrispondenza, gli incontri, gli articoli, il libro, l'inno del 1887 e la comune partecipazione all'esperienza mariana.

Longo avrebbe voluto De Bonis accanto a sé; De Bonis rimase a Vallecorsa. Ma la distanza non impedì a quest'ultimo di entrare profondamente nella storia dell'opera pompeiana: vi entrò con la sua penna, le sue lettere, la sua amicizia, la partecipazione alle celebrazioni e, soprattutto, attraverso la fiducia che il fondatore di Pompei ripose in lui.


Alla luce delle fonti, il rapporto tra Bartolo Longo e Giuseppe De Bonis si configura come una relazione personale, spirituale, editoriale e apostolica. Nata nel 1885, si è sviluppata attraverso la collaborazione a Il Rosario e la Nuova Pompei, la pubblicazione di Spine e Rose pompeiane nel 1887, la partecipazione all'Incoronazione della Madonna di Pompei, i contatti epistolari e gli incontri personali.

La mancata realizzazione del progetto di trasferimento non spezzò il legame. De Bonis continuò il suo ministero a Vallecorsa promuovendo la devozione alla Madonna della Sanità, mentre Longo proseguiva la costruzione della nuova Pompei. Due luoghi diversi, due opere diverse, un'unica passione mariana.

Quando Longo, nella sua Storia del Santuario, definisce Giuseppe De Bonis «un nostro pregevole amico», non sta semplicemente ricordando un collaboratore: sta consegnando alla storia il ricordo di un uomo al quale aveva affidato una parte della propria missione.


La grande storia di Pompei non fu fatta soltanto di pietre, altari, libri e istituzioni, ma anche di amicizie, di uomini che seppero riconoscersi, di lettere scritte a distanza e di incontri lungo le linee ferroviarie del tempo. In questa trama di relazioni, Giuseppe De Bonis occupa un posto di primo piano.

L'avvocato Bartolo Longo
L'avvocato Bartolo Longo

Un giovane Giuseppe De Bonis
Un giovane Giuseppe De Bonis

Fonti e riferimenti bibliografici

Fonti primarie


LONGO, Bartolo, Storia del Santuario di Pompei, Valle di Pompei, Scuola Tipografica Editrice Bartolo Longo, 1890, vol. I, cap. VII, «Le prime punture», pp. 146-147 circa. (Longo presenta Giuseppe De Bonis come «un nostro pregevole amico» e ricorda Spine e Rose pompeiane).


DE BONIS, Giuseppe, Spine e Rose Pompeiane, Valle di Pompei, Scuola Tipografica Editrice Bartolo Longo, 1887.


Il Rosario e la Nuova Pompei, periodico fondato da Bartolo Longo.


Studi e ricostruzioni


RICCI, Vittorio, Un Santuario Cajetano. Storia della Cappella di Maria SS.ma della Sanità di Vallecorsa. Dallo Scisma d'Occidente alla consacrazione dei Vescovi Gaetani (secc. XIV-XX), Cassino, Ciolfi Editore, 2012, in particolare pp. 135-149, 153-177 e 245-248.


CARCIONE, Francesco, contributo in ADIS – Annali di storia dell'Italia meridionale, n. 2, 2018.


CECCARELLI, Roberto, Don Giuseppe De Bonis, scrittore e poeta, amico e collaboratore di Bartolo Longo, Pompei, 2007.


Santuario della Madonna della Sanità di Vallecorsa, documentazione storica e archivistica relativa a Giuseppe De Bonis e alla devozione locale.


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